Camminando tra le case di Ercolano si ha la sensazione che gli abitanti siano usciti da poco: travi di legno, porte, mobili e perfino resti di cibo si sono conservati in modo sorprendente. Il motivo sta nel modo in cui la città fu sepolta durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., la più celebre della storia europea. Conoscere come andarono le cose aiuta a guardare gli Scavi con occhi diversi, e a capire perché Ercolano e Pompei, colpite dallo stesso evento, raccontano due storie così differenti.
Il racconto di Plinio il Giovane
Quasi tutto ciò che sappiamo dalle fonti antiche viene da due lettere che Plinio il Giovane scrisse, anni dopo, allo storico Tacito. All'epoca dell'eruzione Plinio era un ragazzo di diciassette o diciotto anni e si trovava a Miseno, sulla punta occidentale del golfo, con lo zio, Plinio il Vecchio, autore della Naturalis historia e comandante della flotta romana di stanza in quel porto. Il nipote descrive la nube che si alzava dal monte con la forma di un pino, un tronco altissimo che poi si allargava in rami: proprio da questa descrizione i vulcanologi hanno preso il nome di eruzione pliniana.
Plinio il Vecchio, spinto dalla curiosità dello studioso e da una richiesta di aiuto giunta dalla costa, fece salpare alcune navi e attraversò il golfo. Non riuscì ad approdare vicino al vulcano e ripiegò su Stabiae, dove morì il giorno seguente tra cenere e gas. La seconda lettera racconta invece la fuga del giovane Plinio e di sua madre da Miseno, tra scosse, buio e folle in preda al panico: una delle testimonianze dirette più vivide che l'antichità ci abbia lasciato.
Perché Ercolano è diversa da Pompei
Nella prima fase dell'eruzione la colonna eruttiva, spinta dai venti, scaricò una pioggia di pomici e lapilli soprattutto verso sud-est. Pompei ne fu sommersa per diversi metri, e molti tetti crollarono sotto il peso. Ercolano, che si trovava a ovest del vulcano, fu raggiunta da una quantità molto minore di questo materiale. Il colpo decisivo arrivò più tardi, quando la colonna collassò e lungo i fianchi del Vesuvio scesero i flussi piroclastici, correnti di gas caldissimi, cenere e frammenti di roccia che si muovono a grande velocità aderendo al terreno.
Ercolano fu investita da una serie di queste correnti e sepolta sotto una coltre spessa circa venti metri, che col tempo si consolidò in una roccia compatta. È questa la ragione della sua conservazione straordinaria: il materiale avvolse gli edifici fino ai piani superiori e carbonizzò senza bruciarli del tutto legno, tessuti e alimenti, che altrove sarebbero scomparsi. È anche il motivo per cui gli scavi, iniziati nel Settecento con cunicoli sotterranei in epoca borbonica, furono così difficili, e per cui buona parte della città antica si trova ancora sotto l'abitato moderno.
Agosto o ottobre? Il dibattito sulla data
Per secoli la data dell'eruzione è stata fissata al 24 agosto, sulla base dei manoscritti della lettera di Plinio. Già da tempo, però, diversi indizi archeologici facevano pensare a una stagione più avanzata: frutta autunnale, bracieri in uso, vino in fase di conservazione. Nel 2018, durante gli scavi in una casa della Regio V di Pompei, è emersa un'iscrizione a carboncino che riporta una data corrispondente al 17 ottobre, senza indicazione dell'anno. Molti studiosi la considerano una prova a favore di una data autunnale, intorno al 24 ottobre, e alcune ricerche successive hanno adottato questa ipotesi.
La questione, tuttavia, non è chiusa. La tradizione manoscritta delle lettere è complessa, l'iscrizione non è datata con certezza al 79 e la sua lettura è stata oggetto di discussione. Il Parco Archeologico di Pompei stesso ha invitato a mantenere aperto il confronto scientifico. Oggi è corretto dire che la data tradizionale è il 24 agosto e che un'ipotesi autunnale gode di ampio credito, senza che una delle due abbia definitivamente prevalso.
Le vittime dell'antica spiaggia
A lungo si pensò che gli abitanti di Ercolano fossero riusciti quasi tutti a fuggire, perché nelle case si trovavano pochi resti umani. La prospettiva cambiò a partire dal 1980, quando gli scavi raggiunsero l'antica linea di costa, oggi spostata ben più all'interno rispetto al mare attuale. Nei fornici, le arcate in muratura che si aprivano sulla spiaggia, e sull'arenile davanti a esse, sono stati trovati i resti di oltre trecento persone: uomini, donne e bambini che avevano cercato rifugio in riva al mare, forse in attesa di un soccorso via nave. Le loro ossa sono diventate una fonte preziosa per gli studiosi, che ne hanno ricavato informazioni su età, alimentazione, salute e condizioni di vita della popolazione romana.
Gli Scavi si trovano a circa cinque minuti a piedi da Domus Aurea Herculanum: chi soggiorna qui può tornarci più volte, magari al mattino presto e poi al pomeriggio, e osservare dal balcone la sagoma del Vesuvio sapendo cosa raccontano quelle pendici.
Dormire a cinque minuti dagli Scavi di Ercolano
Dal B&B gli Scavi si raggiungono a piedi: potete visitarli con calma e tornare a guardare il Vesuvio dalla camera con vista sulle montagne.